Il gesto e il gioco – dal corpo all’anima - con l' ia
In natura, il gesto è chiaro:
il maschio penetra, la femmina accoglie.
Non c’è ambiguità, né tempo da perdere.
Quando arriva il momento, l’istinto prende il comando, e l’atto si compie in fretta, senza esitazione.
È così per quasi tutti gli animali.
La sessualità è una funzione. Una spinta.
Un’urgenza da concludere, non da abitare.
Ma l’essere umano porta un’anomalia:
ha coscienza.
E la coscienza trasforma l’atto in gesto.
Nell’umano, il sesso non è solo riproduzione.
È anche relazione, gioco, presenza, incontro.
E in questo spazio nuovo — più lento, più fragile — accade qualcosa di paradossale:
L’uomo, che sembra colui che dà,
deve trattenersi per restare.
Perché se si abbandona troppo in fretta,
il gioco finisce, per entrambi.
La donna, che sembra colei che riceve,
deve abbandonarsi per accogliere davvero.
Se trattiene sé stessa, se si chiude,
il gioco non si apre mai.
Così, ciò che nel corpo appare chiaro, nella coscienza si rovescia:
L’uomo si dona trattenendo.
La donna riceve donandosi.
Nel gesto sessuale, quindi, non c’è un vincitore.
Non c’è un attivo e un passivo.
C’è una spirale: dare è ricevere, ricevere è dare.
Il maschile e il femminile si inseguono, si scambiano, si fondono.
Ed è solo nell’essere umano che questa danza può avvenire.
Solo l’uomo può trattenere per donare.
Solo la donna può arrendersi per ricevere.
Gli animali finiscono in fretta.
L’uomo può restare.
E, restando, può scendere più a fondo
di quanto l’istinto abbia mai previsto.
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